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  • Immagine scattata da Hijbù
  • Immagine scattata da Fatimatou
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  • Immagine scattata da Hijbù
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  • Immagine scattata da Mohamed
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  • Immagine scattata da Mohamed
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  • Immagine scattata da Shemad
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  • Immagine scattata da Shekrada
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IN UNA TERRA LONTANA

Nel 2014, prima di partire per un viaggio in Mauritania, ho acquistato cinque apparecchi fotografici usa e getta, ognuno con ventisette scatti a disposizione, e li ho portati con me a El Beyyed, un piccolo villaggio situato in una zona desertica di questo paese. Ho sempre desiderato capire cosa cogliessero gli occhi delle persone che vivono qui e come interpretassero la porzione di mondo a loro riservata. Consapevole che i miei sensi non avrebbero mai potuto sostituirsi ai loro, ho quindi pensato di consegnare ad alcune persone un piccolo strumento per registrare la quotidianità e raccontarmi cosa li emozionasse. Durante il mio soggiorno ho scelto cinque abitanti del villaggio che, anche se inizialmente timorosi o semplicemente non interessati, hanno accettato di raccontarmi il loro vissuto tramite immagini:

Fatimatou, una ragazzina di poco più di dieci anni; Hijbù, un pastore di circa 40 anni che accompagna capre o dromedari al pascolo; Mohamed e Shemad, ragazzini di una quindicina d’anni che, oltre a frequentare la scuola (quando funzionante), passano molto tempo nella brousse con le capre delle loro famiglie; Shekrada, una donna e madre meravigliosa di circa 35 anni.

Aiutata dalla mia cara amica Hawassa, una ragazza mauritana del villaggio, ho spiegato loro il funzionamento della macchina fotografica e cosa volevo registrassero con i loro scatti: momenti della loro giornata in cui erano felici.

Una volta tornata in Italia ho portato le macchinette da un fotografo e visionato gli scatti. La maggior parte non erano riusciti (molti erano bui o troppo luminosi, altri erano stati fatti credo per errore perché ritraevano sabbia o porzioni di cielo). Ero delusa e amareggiata, speravo di scoprire qualcosa che non conoscevo, di emozionarmi dinnanzi alla scelta di un’inquadratura, di avvicinarmi ulteriormente a queste persone grazie a queste tracce. Ho abbandonato queste immagini diversi mesi poggiate su di un tavolo e solo ieri ho deciso di visionarle nuovamente. E solo ieri soffermando il mio sguardo su alcune di esse ho cominciato a sentire delle voci, dei suoni lontani che somigliavano al belare delle capre, il rumore dei granelli di sabbia che sospinti dal vento si scontrano con le pareti della tenda, il ticchettio di bicchieri pieni di tè che vengono poggiati su di un vassoio, il lungo saluto di un vicino che nel freddo della notte raggiunge una tenda per trascorrere del tempo in compagnia, le grida di gioia di bambini che per la prima volta in vita loro corrono e piedi nudi in una guelta spruzzandosi d’acqua, i versi dei dromedari che non vogliono farsi prendere, le parole di meraviglia suscitate dalla raccolta della prima bietola cresciuta nella loro terra…